Pubblicato per Neos Magazine, 17 gennaio 2016.

Risale al 16 settembre scorso l’entrata in vigore del nuovo piano europeo per l’emergenza migranti in Italia. Di fronte ad un modello nazionale di policy migratoria inesistente e ad una tempesta mediatica sugli sbarchi e sulle morti nel Mediterraneo che andava assumendo ogni giorno proporzioni maggiori, il Viminale procedeva infatti, negli ultimi giorni estivi, ad uniformarsi alle direttive previste dall’Unione Europea per la gestione dei migranti.

Là dove i centri di accoglienza ed espulsione facevano – e continuano a fare – da sacche di deposito e smistamento, ecco allora comparire gli hotspot, sedi adibite all’identificazione dei migranti tramite la raccolta delle impronte digitali e delle foto segnaletiche costituite da esperti in ambito giuridico in grado di assisterli e informarli sul loro percorso di ricollocamento. Pensati come dei nuclei di registrazione da affiancare ai CIE, gli hotspot sono cogestiti dall’Ufficio di Polizia Europeo, dall’EASO – Agenzia Europea per il diritto d’asilo –, da Frontex – Agenzia Europea per la cooperazione internazionale –e da Eurojust – per la cooperazione internazionale giudiziaria – insieme con altri enti nazionali. Un filtro aggiunto ai già odisseici tempi di detenzione nei CIE volto, secondo la posizione ufficiale delle autorità, ad incrementare i controlli per la sicurezza contro il terrorismo e ad agevolare la procedura di riconoscimento.

Osserviamo però la vicenda più da vicino.
A Lampedusa, con l’attivazione di uno dei primi hotspot aperti in Italia, la situazione è peggiorata. A comunicarlo, tramite un appello al Ministro dell’Interno, è il Sindaco dell’isola, Giusi Nicolini, in data 7 gennaio che lo fa chiedendo un “urgente ripristino della natura giuridica del Centro di Primo Soccorso ed Accoglienza dell’isola di Lampedusa”.

Prima dell’insediamento degli hotspot e della nuova normativa europea, infatti, prosegue il Sindaco nel suo avviso alla cittadinanza, “il Ministero dell’Interno aveva garantito il trasferimento veloce delle persone salvate dal mare e condotte a Lampedusa, con un visibile miglioramento del sistema di soccorso e accoglienza, sia per i profughi, sia per la nostra comunità”. Ebbene sì, anche nei confronti della comunità, perché il disinteresse del Governo italiano riguardo ai flussi migratori è stato per anni tamponato dall’azione volontaria di numerose realtà locali e dal progressivo interessamento degli isolani, troppo spesso dimenticati dalla grancassa dell’informazione d’urto.

Quello che sembrava essere un’esondazione scomposta e incontrollata, dunque, senza muri e filo spinato, a Lampedusa aveva trovato un modo per essere incanalata, seppur in solitaria. Ma così non è più.

“Dal 5 dicembre sono state trattenute nel Centro di Accoglienza circa 230 persone di prevalente nazionalità eritrea, che potrebbero avere accesso alle quote europee di accoglienza. Queste persone, invece, non ricevono informazioni sul loro destino e, quindi, rifiutano di farsi identificare attraverso le impronte”, scrive Nicolini. Il nuovo piano europeo impone infatti il trattenimento ad oltranza di tutti coloro che non si prestano alle procedure di identificazione – spesso per paura di rimanere boccati in Italia e non poter proseguire verso la destinazione desiderata. Una condizione di impasse burocratica quindi che nel CIE di Lampedusa, dove tutto è bloccato e l’operazione Juncker viene denunciata come controproducente, diviene corporea, aggravata anche dalla presenza dei 135 minori non accompagnati che vi sono abbandonati da mesi.   

Se mettiamo in ordine le carte, però, ci rendiamo conto che, nonostante le perplessità nei confronti dell’hotspot fossero molte, fin dalla sua attivazione, da parte di quanti sono coinvolti nella gestione dei CIE e degli esperti nelle politiche di immigrazione in Italia, tale tipo di intervento è stato intrapreso comunque.

Perché? Ancora una volta un problema politico mosso dal disinteresse sembra aver incontrato una soluzione economica. L’Unione Europea, a condizione dell’inserimento degli hotspot nel Paese, si è infatti impegnata a garantire a proprie spese i rimpatri dei migranti, mentre le frontiere italiane – e di Lampedusa in particolare –, continuano ad assottigliarsi fino a formare un imbuto da cui è sempre metodicamente più difficile uscire.

Ancora una volta, un esperimento politico finito male si serve del capitale umano. Eppure, l’appello del Sindaco Nicolini dà al Governo il tempo e il modo di fare marcia indietro e di sanare il suo scollamento dai bisogni reali di Lampedusa, un’isola che è stata costretta finora, contro la sua natura e la sua volontà, a essere prigione e lapide del Mediterraneo. “Lampedusa non deve essere lasciata sola a gestire le contraddizioni e le criticità del sistema di hotspot, voluto dall’Europa proprio per raggiungere l’obiettivo di lasciare in Italia tutti coloro che vi sbarcano”, continua ad affermare Nicolini.

Risalire la china, dopo gli errori commessi, risulta in questo caso davvero possibile, procrastinare l’intervento – quando già molte vite da lungo tempo sono state messe in attesa –, in nome di un problema che macigno di Sisifo non è, deve invece cessare di essere un’alternativa alla soluzione.

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