Pubblicato per Neos Magazine, 14 giugno 2016.

Si è conclusa l’8 giugno l’intensa e dibattuta attività parlamentare che ha portato ad approvare la disposizione che modifica la legge Mancino del 1975 sul cosiddetto reato di negazionismo. Dopo aver coinvolto numerose realtà politiche, accademiche e culturali, Camera e Senato hanno infine integrato alla legge 654 il comma 3-bis, con il quale la propaganda, l’istigazione e l’incitamento fondati in tutto o in parte sulla negazione della Shoah o dei crimini di genocidio, dei crimini contro l’umanità e dei crimini di guerra, se commessi in modo che ne derivi un concreto pericolo di diffusione, sono puniti con la reclusione fra i due e i sei anni.

Se la legge Mancino nasceva come strumento di esecuzione della convenzione internazionale siglata a New York nel 1966 per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale, quest’ultima disposizione segna ora ufficialmente l’ingresso della giustizia penale italiana in quel troncone di paesi  – fra cui Spagna, Francia, Belgio, Austria, Polonia, Germania e Israele –  che hanno scelto di adottare a livello nazionale una specifica disciplina interna per la punizione di azioni e associazioni finalizzate alla perpetrazione di violenza, odio e discriminazione per motivi razziali, etnici e religiosi e che prendono in particolar modo posizione rispetto alla punibilità di chi promuove il negazionismo.

Storici, professori universitari, soci Sissco, esponenti delle comunità ebraiche italiane e parlamentari partecipano da anni alla trattazione di questo fenomeno tanto delicato quanto spinoso aggravato nell’ultimo decennio dalla propulsiva attività diffusiva operata dai suoi sostenitori attraverso il web. Proprio sulla definizione del campo di problematicità interessato dal negazionismo si è concentrata a lungo la discussione parlamentare: Ginzburg, Canfora, Giovagnoli, ed altre eminenti figure di storici che hanno preso parte fin dal marzo 2014 alle audizioni richieste dalla commissione giustizia incaricata dalle Camere, hanno dichiarato la necessità di distinguere nettamente la questione politica del negazionismo da quella storica e culturale, affermando dunque la sua natura non giuridica che il disegno di legge cercava invece di promuovere e che ha di fatto promosso.

Dall’iniziativa legislativa, presentata nel marzo 2013 da cofirmatari appartenenti a Partito Democratico, Movimento Cinque Stelle e Popolo della Libertà, e dalle successive consultazioni rispetto alla proposta di ampliare la legge Mancino con l’introduzione dell’aggravante per il reato di negazionismo, emergono come motivazioni la necessità di tutelare l’ordine pubblico – qualora alterato concretamente dall’istigazione all’odio razziale a seguito della negazione della realtà storica – e quella di garantire il rispetto della memoria delle vittime dell’Olocausto.

Varie sono state le obiezioni mosse nei confronti di tali motivazioni, tutte ugualmente contraddistinte da una totale aberrazione per il pensiero negazionista. Da una parte vi sono quanti rifiutano la commistione fra storiografia e giustizia, ovvero una giurisdizione della storia in cui l’ordinamento giuridico fa da padrone nella definizione dei confini della ricerca storica e interviene nella sua amministrazione fino a stabilire una verità di Stato e dunque un’etica di esso che fa eco alla manipolazione della realtà storica di cui i totalitarismi sono pionieri. A questo proposito, è ancora lo storico Canfora a sostenere che “perseguire a termini di legge codesta strategia pseudo-storiografica di tipo negazionista appare poco giustificabile: si tratta di pessima storiografia, non già di incitamento a commettere atti di discriminazione per motivi razziali, etnici etc. […] è evidente che una legge che si riproponga di vietare la cattiva o la pessima storiografia non avrebbe alcun senso né giustificazione”. Con lui interviene Ginzburg: “Porre limiti alla ricerca o alla formulazione dei risultati di una ricerca costituirebbe un precedente molto grave – anche se nel caso dei negazionisti non c’è ricerca, ma solo menzogne e infamie”. Sulle soluzioni alternative a quella giuridica per riparare la falla culturale che dà adito al negazionismo, gli auditi concordano, come scrive Luzzatto, professore di storia moderna all’Università di Torino, nell’affermare che: “Fare una legge crea la perversa convinzione che il problema sia risolto, e quindi possa essere accantonato e rimosso. Mentre occorrerebbe un’incisiva campagna educativa, nelle scuole e nei mezzi di comunicazione di massa, chiamando a partecipare l’intera società”. Il dato reale che suggella inoltre la diffidenza degli oppositori alla legge in questione consiste negli scarsi e anzi talvolta controproducenti effetti che disposizioni simili hanno procurato in altri paesi, prima fra tutti quello di favorire l’occasione ai sostenitori del negazionismo di farsi martiri e seguaci di teorie che, proprio perché osteggiate e represse, ancor più sull’onda delle estremiste teorie di complotto globale, da difendere maggiormente.

Fra le audizioni vi è poi chi sostiene, invece, come la professoressa Di Cesare, che l’infondatezza stessa della dottrina negazionista impedisca che la sua condanna possa essere considerata una forma di reato di opinione e di conseguenza una limitazione alla libertà di espressione, motivo per cui la sua inclusione fra i reati penali sarebbe pertanto giustificata. È la stessa Di Cesare a dichiarare la natura politica del negazionismo quale “soppressione delle condizioni per un confronto” assimilando l’approvazione o meno della legge al suo rifiuto o, nel secondo caso, alla sua accettazione: “Accettare il negazionismo come opinione vuol dire accoglierlo nell’ambito del discorso democratico. È venuto però il momento di riconoscere che il negazionismo è un totalitarismo del pensiero perseguito in una salda continuità con il totalitarismo passato”.

Tuttavia di fronte alle diversificate opinioni sviluppatesi nel dibattito, fra cui la perplessità per una disciplina difficilmente applicabile a fenomeni e attività di istigazione variegatissime, polimorfe e per questo ambigue, ciò che più ha incagliato l’attività dell’aula è stato l’accento posto sulla questione della natura pubblica delle condotte – negazionismo non solo della Shoah appunto, ma anche dei crimini di guerra, contro l’umanità e del genocidio.  L’attenzione nell’iter si è dunque spostata sulla modalità della pubblicità dell’istigazione, che per costituire reato a partire dall’8 giugno deve pertanto implicare risvolti concreti di odio e violenza, rientrando in questo modo nei parametri della CEDU che tutelano la libertà di espressione da limitazioni specifiche che intervengono qualora la Corte europea dei diritti dell’uomo lo ritenga opportuno. Come verificatosi nel caso della sentenza Garaudy, l’autore di un libro che propugnava tesi negazioniste e che aveva fatto ricorso alle limitazioni impostegli dalla giustizia francese sulla diffusione delle proprie idee: in quell’occasione la Corte dichiarò infatti irricevibile la sua richiesta ritenendo possibile per gli Stati, in presenza di certe condizioni, la limitazione della libertà di pensiero.

I principali precedenti giudiziari riguardanti il reato di negazionismo mettono ulteriormente in luce l’arbitrarietà del giudice nel decidere come e in che misura una certa manifestazione pubblica del pensiero negazionista della Shoah o di altri genocidi costituisce reato, rispetto ai quali per altro il dibattito storico è aperto e diviso in maniera non definitiva né manichea. È il caso ad esempio del Conseil constitutionnel che ha impedito nel 2012 l’entrata in vigore della legge tesa a punire le negazione del genocidio armeno, il cui riconoscimento è stato invece recentemente fonte di contrasti internazionali fra Germania e Turchia.

Spaccato fra il timore dell’imposizione di imperativi storici, con la conseguente riduzione del vitale spazio di pluralismo, e la difficoltà politica di arginare un fenomeno dilagante e nocivo per la democrazia stessa, ecco dunque il realizzarsi di una legge che attraverso un traballante compromesso fra storia e politica tocca inevitabilmente le corde della libertà di espressione, e che si realizza tuttavia nella sordina del dialogo pubblico.

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