Pubblicato per Neos Magazine, 4 dicembre 2015.

È venerdì 27 novembre, ad Ankara, dopo le ripetute minacce del presidente Erdogan, la polizia procede all’arresto di Car Dundar e Erdem Gul, rispettivamente direttore e capo della redazione del giornale di sinistra Cumhuriyet (in turco, repubblica), i quali l’estate scorsa avevano rivelato i rapporti collaborazionisti fra il governo attualmente in carica e i ribelli siriani. Nella loro inchiesta venivano denunciati i traffici di armi esportate dai confini turchi a rifornimento delle truppe islamiste, ma la connivenza fu negata dalla voce grossa del potere. La bufera mediatica del giugno 2014 ricompare in questi giorni di dinamiche bollenti nello scacchiere politico internazionale, fornendo peraltro un’ulteriore conferma sulla posizione che il governo turco sta giocando rispetto alle forze islamiste. Accusati di spionaggio, i due giornalisti rischiano 25 anni di prigione.

È lo stesso venerdì 27 novembre e l’aula magna del Campus Luigi Einaudi ospita Voci scomode, l’incontro organizzato dal Caffè dei giornalisti, associazione torinese sensibile ai temi dell’informazione, in collaborazione con Maison des journalistes, punto di riferimento internazionale per quanti di loro si trovano in esilio e che nella sua sede parigina offre alloggio e sostegno ai rifugiati politici dell’ordine.

L’università di Torino dedica dunque uno spazio di riflessione preziosa sulla libertà d’informazione a partire dalle testimonianze di Marie Angelique Ingabire e René Dassié. Entrambi giornalisti rifugiati, lei ruandese lui camerunense ed entrambi costretti alla fuga dai regimi dei loro Paesi d’origine. Ingabire viene esiliata per le sue esplicite posizioni anti-negazioniste rispetto al genocidio condotto dal governo militare ruandese nella guerra civile del ’94, che decide di non mettere da parte nonostante l’ultimatum politico che le viene rivolto. Dassié, invece, a seguito del suo mal tollerato lavoro di denuncia alla corruzione del governo, viene ingiustamente accusato di aver collaborato ad un tentativo di colpo di Stato e, dopo la prigionia e le violenze subite, si rifugia in Francia.

Le loro esperienze sono rappresentative della precaria condizione di vita che il giornalismo d’inchiesta – quello così definito di advocacy e watchdog, che si occupa cioè della difesa di tematiche specifiche o di un’analisi di controllo sull’attività politica – comporta. Proprio la Maison des journalistes, il porto sicuro per i professionisti del mestiere forzati all’esilio, oggi non sembra essere più tale: è la stessa direttrice dell’associazione, Darline Cothière, a dichiarare lo stato di angoscia diffuso fra quanti credevano di poter trovare rifugio a Parigi e che hanno dovuto invece fare i conti con una censura mobile e spietata, dice riferendosi ai fatti di Charlie Hebdo.

Osservando i dati raccolti da Reporters sans frontières, l’organizzazione che si occupa di valutare a livello mondiale la diffusione della libertà di stampa, risulta evidente che le garanzie di libertà di espressione riconosciute a livello formale nei Paesi interessati non rispecchiano il numero di casi in cui esse effettivamente si realizzano. È il caso del Ruanda ad esempio, dove appunto – racconta la giornalista Ingabire – esistono teoricamente associazioni e ordini preposti all’autoregolazione della stampa, ma che concretamente non intervengono in alcun modo a difesa di essa di fronte alle ingerenze e alle pressioni esercitate dal regime dittatoriale.

È evidente quindi che il problema della corretta informazione, tale per la qualità del servizio e per una sua adeguata fruizione, riguarda da vicino l’atteggiamento e l’ordinamento democratico di un Paese. A fronte dei casi emblematici riportati e dagli altri eventi dell’ultimo periodo, è bene ricordare quanto la libertà di espressione sia una bussola della democrazia scomodando giganti del calibro di Marx e Mill.

Il primo ci dimostra infatti, con il suo stesso lavoro di giornalista politico, che un popolo ben informato – senza faziosità ma attraverso la fondamentale dose di pluralismo – è consapevole di sé e dunque critico di e per il proprio Stato. È questa la premessa affinché la cittadinanza non sia facile preda della manipolazione mediatica – quando essa vorrà insidiarla – ed è la stessa che la renderà in grado di dare alla luce una democrazia reale. Il secondo, però, ci fa intuire che il pluralismo è una lama a doppio taglio perché può generare omologazione e conformismo là dove si diffonde senza criterio. Ed è proprio per evitare che il popolo diventi massa che interviene la cultura dell’informazione. Anche secondo Mill, dunque, la consapevolezza è alla base dello Stato democratico: permettere la libertà di informazione – scevra cioè dalle logiche di potere ma conforme alla legge – significa far sì che l’individuo non ceda la sua personalità a formare il Leviatano di turno, ma significa far sì che impari a scegliere.

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