Pubblicato per Retrò Online, 15 settembre 2012.

Art. 10, comma 3 della Costituzione:
“Lo straniero,al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge.”
Sì, ma che succede dopo il suo arrivo? Cosa trova l’immigrato e cosa lo attende?

Incontro Michele nel quartiere Borgo Dora di Torino, crocevia di tante etnie diverse: ha appena lasciato l’ufficio della cooperativa O.r.so. per cui lavora come consulente nel rapporto con i rifugiati politici. E’ a lui che rivolgo le mie domande su una situazione calda, troppe volte solo discussa o persino ignorata e che pochi conoscono davvero, pur convivendoci ogni giorno: l’immigrazione.
Nel corso della sua esperienza nella cooperativa, Michele ha conosciuto e seguito soprattutto profughi provenienti dall’Africa: Somali, Sudanesi, Guineani, Tongani, quasi tutti sbarcati sullo stivale provati dal viaggio nel deserto, dalle torture, dalla prigione o dalle violenze subite nel loro paese, e infine, dal mare, l’abisso del Mediterraneo.

Il clamore dei giornali intorno agli sbarchi si dirada quando i clandestini mettono piede a terra e vengono trasferiti nei centri territoriali di prima accoglienza. Qui, dopo le cure d’emergenza, affrontano il colloquio che deciderà il loro stato civile, il primo tassello della loro nuova identità. Se la loro richiesta d’asilo politico viene accettata, l’Italia li riconosce come rifugiati, in caso contrario possono accedere alla protezione umanitaria o sussidiaria, perché ritenuti comunque minacciati da ciò che si sono lasciati alle spalle approdando nel paese ospitante. Gli S.P.R.A.R. sono i siti che si occupano di sostenere i rifugiati nel loro approccio con la nuova società, fornendo protezione, informazione sui loro diritti e doveri e opportunità lavorative e abitative.
A sostenere i nuovi profughi fin dal principio sono soprattutto le grandi comunità di immigrati costituitesi nel territorio: a Torino, una delle più nutrite è quella somala, dotata di un ottimo sistema di mutualità in grado di mobilitare i grandi clan a livello internazionale per fornire aiuto economico ai connazionali più in difficoltà, poiché la maggior parte di essi fa il loro ingresso in Italia senza più soldi e alcun bene di prima necessità.

Fra i servizi dell’accoglienza manca però l’integrazione con la nuova società: a questo pensa Michele e che come lui lavora nelle cooperative sociali dedicate alle politiche lavorative di consulenza e ricollocamento.
L’integrazione è una strada che non si percorre da soli e che presto si dirama e si amplia in molteplici direzioni. Il passepartout universale è la comunicazione del linguaggio: questo è il primo tipo di formazione fornita ai rifugiati per raggiungere l’autonomia lavorativa e sociale nei progetti detti di radicamento.

Radici, ecco ciò di cui hanno bisogno gli immigrati per sentirsi a casa e non solo ospiti, per apprezzare e rispettare i diritti e i doveri assunti con il rilascio dei documenti. Ciò rappresenta spesso uno stravolgimento nella concezione di un immigrato africano che può aver vissuto per anni in un regime fatto di guerriglia e soprusi con un sistema organizzativo inesistente perché soffocato dalla violenza.
È la mentalità che costituisce la principale difficoltà per l’adattamento al mondo lavorativo italiano -racconta Michele- perché qui esiste una burocrazia molto più consistente, i tempi sono gestiti in maniera differente rispetto all’abitudine del continente sotto il nostro. La specializzazione è un fattore fondamentale per il mercato del lavoro, che per questo motivo rende alcuni settori poco raggiungibili per gli immigrati, le cui qualifiche all’estero spesso non valgono nulla. E non c’è possibilità di farsi riconoscere i propri titoli di studio? Michele sospira, i processi sono lunghi e dispendiosi di tempo e di denaro ma, tramite l’intervento delle ambasciate e svariati controlli, conosce qualcuno che ce l’ha fatta, che non ha dovuto stracciare i suoi attestati e che è riuscito quanto meno a reinserirsi nel percorso di studi. Moltissimi però devono ripartire da zero.

La discriminazione di chi per ignoranza non assume -per ragioni ancora purtroppo definibili razziali- sembra essere diventata a sua volta uno stereotipo. Quando chiedo quanto conti il colore della pelle nel panorama lavorativo, Michele risponde che se c’è bisogno di assumere personale, l’etnia non conta davvero. Il piatto della bilancia ormai pende a favore di chi possiede una buona preparazione o una prestanza fisica adatta a mansioni in cui servono braccia forti. La crisi ha schiacciato il razzismo.

 

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