Pubblicato per BookBlog, 14 ottobre 2014.

Stamattina lo scrittore ‘Ala al-Aswani ha di fronte un pubblico diverso dal solito:  a intervistarlo sul suo nuovo romanzo sono dei giovani studenti del Liceo Cavour.
Alcune classi hanno, infatti, collaborato con la Scuola Holden e il Salone del libro di Torino per il progetto “Salone Off365”.
“Cairo Automobile Club” viene presentato come un quadro dalle molte sfaccettature, come una Guernica di Picasso. La storia è ambientata in Egitto durante il periodo del protettorato inglese. Il centro focale in cui si snoda questa vicenda è il Club in cui élite e servitù vivono a stretto contatto. Dall’incontro di realtà così diverse l’autore coglie la possibilità di dar voce a differenti punti di vista culturali e politici, alle situazioni sociali più precarie e fuori dalla norma. I personaggi cominciano così a vivere di vita propria, sono degli attori che si ribellano al loro autore e  lo sorprendono con la loro indipendenza dalla sua penna, dimostrando infatti di conoscersi meglio di chi li ha immaginati.
Scrive di un tempo lontano, gli anni ’40, perché -dice- la letteratura ammette ciò che il giornalismo non consente: l’immaginazione dà spazio a ciò che si ha nella propria mente, anche qualcosa che non si è vissuto sulla propria pelle, che è compito del giornalismo riportare.
A chi gli chiede perché abbia scelto di concentrarsi su un periodo distante da lui, ‘Ala al-Aswani risponde che un romanziere non sceglie coscienziosamente di scrivere qualcosa, ma come un poeta avverte dei sentimenti che lo spingono a comporre. Il romanzo funziona quando le emozioni dei personaggi vengono comprese dai lettori: l’aspetto umano permette di oltrepassare le barriere del tempo e avvicinare le persone.
In qualità di intellettuale che ha partecipato alla Primavera araba gli viene chiesto: gli Egiziani agiscono per un desiderio di cambiamento o per disperazione?
“La rivoluzione agisce per entrambi i motivi, la molla è il superamento della paura: quando questo limite viene superato non si può più tornare indietro. Come succede nel libro, così accade nella realtà.” Nel romanzo infatti compaiono i primi germi che porteranno alla Rivoluzione più recente.
Tuttavia, prosegue lo scrittore, i rivoluzionari rimarranno sempre un 20% della popolazione, il resto è massa passiva che, non disposta a pagare il prezzo che la libertà richiede,  piega la testa di fronte al regime, lamentandosi poi di qualsiasi risultato i moti porteranno, proprio come si comporta l’Egitto nella realtà.
A suo parere, nonostante le difficoltà, la rivoluzione ha procurato degli effetti irreversibili e un tale cambiamento non può che portare alla democrazia.
La letteratura non fa la rivoluzione, mentre manifestare, protestare, scendere in piazza procurano il vero cambiamento. La letteratura cambia noi stessi, è una rivoluzione interiore che ci definisce in meglio, quanto esseri umani, un passaggio fondamentale per il progresso della società.
Conclude dicendo che la letteratura non dovrebbe essere limitata a un luogo specifico e ad una specifica cultura, ma che dovrebbe veicolare un messaggio universale, che parli a tutti e di tutti

Alice Dominese

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