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Costruire portinerie, abbattere muri. La storia de Lo Spaccio di Cultura

Con la cultura si mangia, e non solo. Si costruiscono relazioni, si crea una comunità e si mettono in campo servizi di aiuto concreto là dove ce n’è bisogno. Lo testimonia la storia della Portineria di Comunità di Torino chiamata, non a caso, Lo Spaccio di Cultura

I luoghi della portineria e il loro contesto sociale

La portineria sorge all’interno di un’ex edicola nel quartiere di Porta Palazzo e si propone come un luogo di incontro a cui i cittadini possono rivolgersi per ogni tipo di aiuto quotidiano. Crocevia di etnie e culture differenti, nel borgo si parla soprattutto romeno, marocchino e cinese, il reddito pro capite è ben al di sotto della media cittadina e il tasso di disoccupazione è superiore quasi del 5 per cento.

C’è però anche un trend positivo e riguarda la natalità. Negli ultimi dieci anni, mentre Torino ha perso popolazione, gli abitanti del quartiere sono aumentati e si è ridotta l’età media, in netta controtendenza con una città che fa pochi figli e invecchia in fretta. Nel frattempo il borgo, da ex quartiere operaio, ha ospitato tentativi di riqualificazione urbana e gentrificazione sviluppando tuttavia un forte disagio economico.

L’ascolto degli abitanti attraverso il web e l’incontro

A due passi dal centro storico, è in questo quartiere multietnico che ospita il mercato all’aperto più grande d’Europa che la portineria ha deciso di atterrare nel luglio 2020, grazie ai finanziamenti del Programma Operativo Nazionale della Città di Torino e al Fondo Sociale Europeo.

Il progetto è ad opera della Rete Italiana di Cultura Popolare, un’associazione di promozione sociale che dal 2002 affianca le comunità locali in processi di rigenerazione collettiva, in collaborazione con NES Nessuno è straniero e l’Ufficio Pastorale Migranti. Per quattro anni la Rete ha raccolto e studiato le esigenze del territorio attraverso il Portale dei Saperi assorbendo buona parte delle aspirazioni, delle competenze e dei bisogni sparsi nel tessuto urbano di Porta Palazzo. Lo Spaccio di Cultura li ha messi in connessione e la rigenerazione urbana è cominciata.

Residenti e commercianti, artigiani ed enti del Terzo settore hanno scelto di aderire al progetto e la portineria è diventata uno snodo a cui oltre 300 persone finora hanno fatto riferimento per offrire e ricevere i servizi attivati dalla comunità di prossimità. Ogni abitante della portineria sostiene economicamente i servizi fruiti secondo le proprie possibilità, attraverso diverse formule di abbonamento.

Accanto al supporto pratico, la portineria ha ospitato sul territorio anche eventi culturali e occasioni di svago, come concerti e cinema all’aperto, opportunità per conoscere chi abita il quartiere e intercettare i loro bisogni. Nel calendario degli appuntamenti l’attenzione per le parole e la cultura popolare non manca. Il Fondo Tullio De Mauro porta infatti il proprio archivio letterario in città grazie alla partecipazione di esperti e scrittori che raccontano al pubblico i significati vecchi e nuovi delle parole di uso quotidiano.

Co-progettazione e servizi: gli ingredienti della portineria

Tra le iniziative che alimentano la rete di solidarietà a Porta Palazzo, la portineria torinese prende spunto da Lulu dans ma rue – la portineria di quartiere nata a Parigi nel 2015 – e si propone come un presidio permanente e «leggero» che compartecipa alla vita del borgo per farne una comunità che riesca a rispondere meglio alle proprie esigenze. L’obiettivo è ambizioso e poggia su una convinzione: «Il benessere è fatto dalle relazioni». Lo afferma Antonio Damasco, direttore della Rete Italiana di Cultura Popolare.

Ma come si costruisce una comunità? La portineria sceglie di farlo attraverso la co-progettazione insieme agli abitanti del quartiere. Ogni lunedì, in una tavola rotonda aperta a tutti, i cittadini esprimono necessità comuni e sviluppano con il presidio servizi utili, di cui spesso si occupano anche in prima persona. 

«Dobbiamo aumentare la potenzialità e la capacità di relazionarci e allo stesso tempo abbiamo bisogno di riconoscerci in una comunità a cui aderire»

Antonio Damasco, direttore della Rete Italiana di Cultura Popolare

È in questo modo che gli abitanti del borgo hanno ad esempio recuperato le bici dismesse dai propri cortili, aggiustandole, dipingendole e mettendole a disposizione in un servizio di bikesharing. «Guarda quelle bici – mi dice Damasco indicando la rastrelliera a cui sono parcheggiate – Anche se siamo a Porta Palazzo, sono lì da tempo e nessuno finora le ha rubate. Questo probabilmente accade anche perché le persone le sentono come proprie». 

I servizi della portineria sono scelti e progettati con la cittadinanza.

Babysitting, traduzione di testi, assistenza telematica, ricezione dei pacchi, consegna a domicilio della spesa attraverso un gruppo di acquisto solidale: nel corso di quasi due anni di pandemia questi e altri servizi sono diventati essenziali per tante famiglie in condizioni critiche e anziani soli che abitano la zona. 

L’innovazione oltre l’assistenzialismo

Un aiuto concreto è stato fornito anche a 120 studenti a rischio dispersione scolastica per via della didattica a distanza. Grazie al supporto fornito dalla portineria hanno potuto continuare a seguire le lezioni. Per il servizio reso alla comunità durante il lockdown, nell’ottobre 2020 lo European Social Fund ha così riconosciuto Lo Spaccio di Cultura come buona pratica di innovazione e di coesione sociale a livello europeo.

Le attività messe in campo dagli oltre 40 volontari che si dedicano alla portineria hanno infatti come minimo comune denominatore una forma di solidarietà che va oltre l’assistenzialismo: aiutare le persone che popolano Porta Palazzo a trovare un impiego contrastando il lavoro irregolare. 

È proprio l’inizio del 2022 quando A., rifugiato politico di 26 anni proveniente dal Mali, si avvicina alla portineria incuriosito dalla struttura. Davanti a un caffè nasce l’idea di comporre il suo curriculum per aiutarlo a trovare lavoro. «A. è tornato un paio di giorni dopo quell’incontro e ci ha annunciato sorridente che lo avevano assunto come operaio, non smetteva di ringraziarci», racconta la referente della portineria Camilla Munno. Come lui, tanti migranti a rischio emarginazione sociale sono stati coinvolti in esperienze formative e occupazionali. Ora Lo Spaccio di Cultura cerca di strutturare il proprio servizio di orientamento con l’Agenzia Piemonte Lavoro.

La portineria è un luogo di incontro che mette in connessione le esigenze degli abitanti e le loro capacità.

Fare comunità per contrastare l’emarginazione e dare valore alle persone

Lo Spaccio di Cultura, con il coordinamento del Comune di Torino, supporta anche l’unità di strada che offre sostegno ai senzatetto che frequentano i portici di Porta Palazzo. L’obiettivo, spiega il volontario Enea Solinas, è non fare di queste persone «oggetti reificati, ma coinvolgerli davvero oltre al gesto caritatevole, senza lasciarli ai margini e offrire loro un aiuto concreto, per quanto semplice».

Intanto la rete delle portinerie si sta ampliando. I presidi a Torino diventeranno quattro, altri tre nasceranno nella zona pedemontana che circonda la città per rispondere a bisogni e disagi diffusi della collettività. Alla pandemia che avanza, la risposta dei cittadini è di supportare una trasformazione inclusiva che sostiene le fragilità sociali e dà valore alla comunità di prossimità. In questo nucleo cittadino che cresce, la risorsa individuale è un bene collettivo.

I volti del Campidoglio, da quartiere operaio a Museo d’Arte Urbana.

Pubblicato per Piemonte Mese, luglio 2016.

Questo articolo ha ricevuto una menzione alla IX edizione del Premio Piemonte Mese, sezione Cultura.

Il Campidoglio o Borgo Vecchio è un reticolo di strade fatte di ciottoli e case basse, un quartiere della Quarta Circoscrizione della città di Torino compreso fra corso Tassoni e corso Svizzera. Ha origine come borgo operaio e di botteghe artigiane, caratteristica che gli abitanti di oggi rivendicano con orgoglio e che è stata preservata nell’architettura, rimasta pressoché invariata, seppur adattata alle esigenze dei nuovi residenti.

Sorto a partire dalla seconda metà dell’800 poco oltre la cinta daziaria, che all’epoca segnava i confini della città, in quegli anni è un territorio adibito alla coltivazione agricola e al pascolo. Il suo nome, forse, è proprio dovuto al proprietario di quei campi, un certo signor Dell’Oglio, o probabilmente alla posizione rialzata che questo luogo occupava rispetto al resto della città.

La zona comincia a popolarsi in modo massiccio dei primi nuclei operai in seguito allo sviluppo delle centrali che aprivano lungo la Dora, ed è anche qui, negli anni boom dell’industria quando Torino diventa meta delle grandi migrazioni dal Meridione, che trovano casa molte famiglie e giovani in cerca di occupazione.

Oggi il Campidoglio è un quartiere multietnico che sta affrontando un percorso di trasformazione culturale e ambientale fra passato e presente, dove il “pollaro” anche di domenica mattina si muove per le viuzze con il suo carretto cigolante richiamando i clienti dai balconi. L’obiettivo di un suo rilancio ha fatto in modo che si sviluppassero numerosi progetti di riqualificazione urbana e iniziative di partecipazione cittadina.

Per accorgersi della singolarità di questo borgo è sufficiente osservare le finestre e le pareti delle sue case: passeggiare per questo quartiere infatti è ora più che mai un’occasione per scoprire pitture e murales, frutto del lavoro di una cinquantina di artisti affermati e di giovani esordienti. Si tratta del MAU, il Museo d’Arte Urbana a cielo aperto: le “tele” – ben più di un centinaio – sono i muri delle case disseminate per tutto il borgo. La mostra è permanente e comprende una grande varietà di creazioni suddivise fra opere murali e teche destinate ad aumentare. Infatti, tramite la collaborazione con la Galleria Campidoglio, il MAU espone, fin dal 1995, oltre trenta opere per le vetrine dei negozi aderenti all’iniziativa. La vastità artistica del MAU, risultato della complice collaborazione fra gli abitanti della zona, il Comitato di Riqualificazione Urbana e l’esperienza artistica dell’Accademia Albertina, ne ha permesso la meritevole annessione al circuito della Carta dei Musei della Regione Piemonte.

Un muro chiodato e un muro riflettente, una rosa tridimensionale affacciata su Via Locana, le foglie brune e ingiallite che sbirciano dalle finestre dipinte, le porte del cielo aperte oltre il muro di Via Musiné: il trompe-l’oeil predomina e sembra invitare i passanti ad affacciarsi su un mondo nuovo, quello che il Campidoglio racchiude ma che in realtà sta già condividendo.

Questo progetto è una risorsa preziosa per le esperienze che offre al suo pubblico cittadino, in questo caso non solo spettatore ma chiamato a partecipare direttamente alla testimonianza culturale che costituiscono.

Fra queste esperienze, certo, l’opera di sensibilizzazione artistica, ma anche l’invito ad occuparsi dei luoghi urbani con più cura e attenzione. Ogni abitante di questo quartiere, insomma, condivide e scambia sguardi di ammirazione con i passanti, coinvolti a guardare la città con occhi nuovi e a vivere gli spazi.

Uscendo dal reticolo delimitato su un lato da  Via Cibrario e affacciandosi sul lato opposto di Via Nicola Fabrizi, è possibile visitare un altro punto di interesse storico che il Borgo possiede: il rifugio antiaereo, attivo durante tutta la seconda guerra mondiale. Riaperto nel 1995, il rifugio si snoda nei sotterranei di Piazza Risorgimento fino a dodici metri di profondità lungo tre gallerie parallele, di circa 40 metri ciascuna, connesse le une alle altre da otto passaggi. L’intera struttura, ottimamente conservata, dal 2014 è visitabile grazie all’intervento del Museo Diffuso della Resistenza e spesso ospita rappresentazioni teatrali di danza e improvvisazione, letture recitate e visite guidate.

Che sia la struttura raccolta – le strade non sono larghe più di sei metri ognuna per una ventina di isolati complessivi – o il clima di condivisione che si respira, qui i fattori capaci di generare questi poliedrici fenomeni di partecipazione popolare fioriscono più che altrove.

È proprio a partire da questo approccio partecipativo che un gruppo di abitanti si è organizzato per dar vita a un comitato cittadino che ha preso il nome di Ecoborgo: l’associazione mira a realizzare sul territorio opere che rispecchino l’attenzione per temi sensibili quali l’ecologia urbana e il rispetto dell’ambiente, nonché la riappropriazione degli spazi pubblici. Attraverso l’azione concreta e diretta, la cittadinanza si occupa così di ripulire le strade del quartiere, di animare le proprie serate vicino casa con concerti e gruppi di lettura nelle piazze, senza dimenticare le gite giornaliere in bici in visita ai luoghi più caratteristici.

Allora, dunque, perché non dedicare una passeggiata alla scoperta del sorprendente borgo Campidoglio lasciandosi ispirare a modi nuovi di vivere la città?

Alice Dominese

 

Quel che non sai di Zerocalcare, l’autore dentro e fuori i suoi fumetti.

Pubblicato per BookBlog, 25 marzo 2015.

10 marzo 2015. Zerocalcare è ospite al Cecchi Point di Torino. Ci stringiamo nei posti a sedere per starci tutti, ma a sbirciare da fuori attraverso i vetri sono ancora in tanti. Il semicerchio che lo circonda è composto dai ragazzi che collaborano con il progetto del Salone Off 365, che, dopo aver studiato le sue tavole e letto tanto su di lui, sono pronti per rivolgergli di persona domande che ne facciano emergere le esperienze più significative.
La prima domanda è ambiziosa “Quali sono le tappe fondamentali della crescita di un uomo?”. Spesso i suoi fumetti, infatti, sono lo specchio di un’agitazione emotiva che lo insegue dall’adolescenza e che, attraverso le vignette, riesce ad entrare in contatto con le più disparate generazioni di lettori, proprio per la magnetica capacità di affrontare i dilemmi del quotidiano, modello microscopico dei cambiamenti contro cui  ognuno di noi si trova a sbattere.
“Non dipendere economicamente da qualcuno è ciò che ha cambiato la mia percezione, l’idea di provvedere a me stesso. Il lavoro, prima incerto, poi di recente sempre più certo. E ancora gli schiaffi presi al G8. Solo ora sto facendo pace con dei pezzi della vita mia, solo da un anno riesco a dire che di mestiere faccio i fumetti”. Risponde così, sgranando una riflessione via via sempre meno incerta, ad occhi bassi che iniziano a cercare il pubblico”Non riesco tanto a parlare perché sono timido, ma poi mi sciolgo eh”.

Il confronto prosegue attorno al tema della memoria, centrale nelle storie del fumettista di Rebibbia.”In Dimentica il mio nome che ruolo gioca la memoria?”
Fare fumetti esprime il bisogno di non perdere i ricordi della sua vita finora, soprattutto l’incontro con le persone, ma non solo, è un’esigenza razionale. L’impegno, insomma, di fissare la memoria di chi lo circonda e di trasmettere dei valori, secondo il mantra ereditato dal contesto politico e culturale “partigiano” in cui è vissuto e in cui continua a vivere con la sua comunità del centro sociale.

“Come nasce allora la tua spinta a disegnare?”
“Disegno da quando ero piccolo, quando non volevo far vedere quel che facevo a nessuno. Lo slancio comunicativo è comparso a partire dai 16 anni. Vivevo nel mondo delle band punk dei miei amici e, non sapendo cantare, disegnavo i volantini delle serate e le copertine dei loro dischi. L’esigenza narrativa vera e propria nasce dopo aver partecipato al G8 di Genova con gli amici miei, non per esorcizzarla ma per iniziare a far circolare quel che avevo percepito.”

“Tanti sono i tuoi riferimenti ai Centri sociali, perché allora non compaiono nelle tue vignette?”
Nei miei fumetti metto tanta autoironia per parlare del mio mondo, é vero, ma anche molta serietà nei confronti della mia comunità. Non ho la capacità di prendere in giro quella che è per me una famiglia e non desidero nemmeno raccontarla come un’oasi e farle propaganda, non voglio strumentalizzarla. Fare fumetti è per me qualcosa di molto personale, non posso riportare dal mio solo punto di vista qualcosa che è una realtà collettiva”.

Si ritorna poi a chiedergli della sua presenza quotidiana sul blog. “Qual é il tuo rapporto con il web per quanto riguarda il tuo lavoro?”
“Schifavo il web come spazio in cui far comparire i miei fumetti – ammette – non la consideravo roba vera come il cartaceo. Il blog è nato per promuovere il mio primo libro che poi ho auto-prodotto, nonostante credessi poco in questo progetto sulla rete all’inizio. Ora sono molto legato ad Internet, lo uso perché non ci sono mediazioni, posso disegnare quello che voglio senza sentirmi in obbligo di soddisfare chi mi legge. In fondo disegno gratis. Col cartaceo invece mi sento responsabilizzato: non di fare contento chi compra, ma di impegnarmi di più in quel che realizzo”.
Emerge poi dai ragazzi la curiosità per la sua esperienza più recente a Kobane, un pezzo del suo cuore. Il viaggio nel Rojava, racconta, è di fatto l’ultimo tassello di un pluriennale contatto con la realtà curda, conosciuta negli anni in cui a Roma i centri sociali erano porto dei profughi che scappavano dalle guerre sul confine siriano. Innamorato di questo popolo irriducibilmente combattivo e poco ascoltato, Zerocalcare e alcuni amici partono alla volta di Kobane con la Staffetta romana, una campagna di solidarietà a cui partecipa senza lo scopo, almeno iniziale, di realizzare un fumetto, precisa. La rivoluzione curda, continua, tratta temi sociali molto vicini al nostro Paese – l’ecologia, le pari opportunità e l’istruzione, solo per citarne alcuni-, centrali per il movimento autonomo curdo e trattati all’interno di un programma politico da cui imparare. Quel che più fa paura sul confine siriano, prosegue, è la grande efferatezza commessa dall’Isis, la distruzione monopolizzata come strategia di marketing, subita anche da lui. Kobane Calling nasce così, durante i mesi trascorsi a collaborare e a resistere nella città che l’aveva chiamato a sé. “Perché -spiega- non sono capace, nonostante tutti i miei sforzi, di fare lo sceneggiatore di trame articolate, sono capace di scrivere storie che ho vissuto, cose strambe e le emozioni mie con cui le ho attraversate, quindi non sarei in grado di fare fumetti senza esserci  io dentro”.

L’incontro si conclude così, nel clima coinvolto e ironico delle sue sincere rivelazioni. La bellezza dei suoi fumetti è proprio questa: dal suo stile per sottrazione,senza ombre, senza muscoli e contorni reali -come lui stesso ammette- passa un vagone di esperienze e sensazioni in cui lettori vecchi e nuovi sanno immedesimarsi.

Alice Dominese

Cairo Automobile Club: il passato e il presente di una rivoluzione.

Pubblicato per BookBlog, 14 ottobre 2014.

Stamattina lo scrittore ‘Ala al-Aswani ha di fronte un pubblico diverso dal solito:  a intervistarlo sul suo nuovo romanzo sono dei giovani studenti del Liceo Cavour.
Alcune classi hanno, infatti, collaborato con la Scuola Holden e il Salone del libro di Torino per il progetto “Salone Off365”.
“Cairo Automobile Club” viene presentato come un quadro dalle molte sfaccettature, come una Guernica di Picasso. La storia è ambientata in Egitto durante il periodo del protettorato inglese. Il centro focale in cui si snoda questa vicenda è il Club in cui élite e servitù vivono a stretto contatto. Dall’incontro di realtà così diverse l’autore coglie la possibilità di dar voce a differenti punti di vista culturali e politici, alle situazioni sociali più precarie e fuori dalla norma. I personaggi cominciano così a vivere di vita propria, sono degli attori che si ribellano al loro autore e  lo sorprendono con la loro indipendenza dalla sua penna, dimostrando infatti di conoscersi meglio di chi li ha immaginati.
Scrive di un tempo lontano, gli anni ’40, perché -dice- la letteratura ammette ciò che il giornalismo non consente: l’immaginazione dà spazio a ciò che si ha nella propria mente, anche qualcosa che non si è vissuto sulla propria pelle, che è compito del giornalismo riportare.
A chi gli chiede perché abbia scelto di concentrarsi su un periodo distante da lui, ‘Ala al-Aswani risponde che un romanziere non sceglie coscienziosamente di scrivere qualcosa, ma come un poeta avverte dei sentimenti che lo spingono a comporre. Il romanzo funziona quando le emozioni dei personaggi vengono comprese dai lettori: l’aspetto umano permette di oltrepassare le barriere del tempo e avvicinare le persone.
In qualità di intellettuale che ha partecipato alla Primavera araba gli viene chiesto: gli Egiziani agiscono per un desiderio di cambiamento o per disperazione?
“La rivoluzione agisce per entrambi i motivi, la molla è il superamento della paura: quando questo limite viene superato non si può più tornare indietro. Come succede nel libro, così accade nella realtà.” Nel romanzo infatti compaiono i primi germi che porteranno alla Rivoluzione più recente.
Tuttavia, prosegue lo scrittore, i rivoluzionari rimarranno sempre un 20% della popolazione, il resto è massa passiva che, non disposta a pagare il prezzo che la libertà richiede,  piega la testa di fronte al regime, lamentandosi poi di qualsiasi risultato i moti porteranno, proprio come si comporta l’Egitto nella realtà.
A suo parere, nonostante le difficoltà, la rivoluzione ha procurato degli effetti irreversibili e un tale cambiamento non può che portare alla democrazia.
La letteratura non fa la rivoluzione, mentre manifestare, protestare, scendere in piazza procurano il vero cambiamento. La letteratura cambia noi stessi, è una rivoluzione interiore che ci definisce in meglio, quanto esseri umani, un passaggio fondamentale per il progresso della società.
Conclude dicendo che la letteratura non dovrebbe essere limitata a un luogo specifico e ad una specifica cultura, ma che dovrebbe veicolare un messaggio universale, che parli a tutti e di tutti

Alice Dominese

Prima di essere Nessuno: l’epopea di un eroe.

Pubblicato per BookBlog, 9 maggio 2014.

Questa mattina il liceo Cavour ospita uno dei più conosciuti e apprezzati romanzieri storici contemporanei, Valerio Massimo Manfredi. Dopo il successo come giornalista e archeologo, importanti sono infatti i suoi scavi sul territorio italiano, é ora pronto a pubblicare l’ultimo volume della trilogia dedicata ad Odisseo.
Il mio nome è nessuno – il ritorno” é l’attesa conclusione de “L’oracolo” uscito ventitré anni fa. L’Io narrante, a differenza dei primi due volumi, passa dalla prima alla terza persona in un tuffo nel passato della vita di questo straordinario eroe. Mai prima è stato realizzato un racconto che comprendesse la nascita e la fine misteriosa di Odisseo. Nonostante infatti l’indovino Tiresia annunci il suo ultimo viaggio nell’XI canto dell’Odissea, non ne é mai stata trovata alcuna traccia: ancora oggi questo tassello mancante rappresenta il più grande mistero della letteratura europea, che Manfredi, come molti altri autori precedenti – si pensi a Joyce o a Pascoli- ha tentato di riprodurre e reinventare. La sfida di cimentarsi in questa narrazione é anche legata al fascino del personaggio: Odisseo é l’uomo dalla mente complessa che sfida la forza della natura affrontando mostri antropofagi, e non ha nulla da invidiare al “monolitico” Achille, che ha bruciato la sua vita per un attimo di gloria.

La sua opera nasce da un intenso è appassionato lavoro di ricerca su vari scritti e antiche fonti che lo hanno portato a disegnare la parabola del personaggio omerico attraverso una grande ricchezza di particolari.
Dai suoi studi ha potuto dedurre che forse anche l’Odissea era ambientata fra Egeo e Mar Nero, come le Argonautiche, durante quel periodo di migrazioni nel bacino del Mediterraneo che é stato il I secolo avanti Cristo. Per Manfredi il canto epico non nasce per comunicare la verità ma per trasmettere emozioni, necessità vitale dell’uomo.
Nell’epica gli uomini viaggiano insieme agli eroi trasportando la cultura che ha fatto da lievito  alla nostra, quella dell’antica Grecia. Fra questi migranti c’è anche il cantore, “uomo-libro” testimone della cultura della sua società. Questo patrimonio culturale ruota quasi interamente attorno alla guerra di Troia, dopo il ciclo delle Argonautiche e ancor prima le fatiche di Ercole, per un totale di oltre 120.000 versi conosciuti.
Grazie agli studi di Havelock e Parry, in particolare, conosciamo i trucchi e gli espedienti  usati dai poeti erranti: l’espressione formulare é lo strumento più utilizzato, poiché permette di sfruttare forme ricorrenti che facilitino la composizione e, allo stesso tempo, diano al poeta il tempo di progettare un seguito.

Tiene a precisare, rispondendo alla domanda di una studentessa, che il romanzo non può sostituire la storia, scienza che ha l’onere della verità, non ha infatti lo scopo di dimostrare ma “deve costruire una struttura che per la sua potenza e per la sua bellezza evocativa ci coinvolga a livello umano”. La storia fornisce una memoria e quindi un’identità, l’emozione la completa.

Infine un augurio ai giovani: Manfredi si sente fortemente un prodotto della scuola italiana e confida nella sua capacità di formare menti brillanti e competitive a livello internazionale. La stessa ambizione, dice, che ha guidato quel gruppo di ragazzi capeggiati da Alessandro Magno alla conquista del mondo, caratterizzerebbe oggi le giovani menti creatrici dei social network.

Alice Dominese

In cucina con semplicità e passione.

Pubblicato per Bookblog, 9 maggio 2014.

Alla presentazione di Bekér – Chiunque può essere bravo in cucina purché ci metta passione, l’autore è accolto da un pubblico di ragazzi: siamo in Circoscrizione 4 alla Piazza dei Mestieri, uno dei principali centri di formazione per i giovani cuochi.

Fabrizio Nonis nasce a Toronto da padre veneziano e madre svizzera e lì trascorre la sua infanzia. Dopo il ritorno in Italia viene coinvolto giovanissimo nella macelleria di famiglia, che lascia per seguire la laurea in pubbliche relazioni nella città natale. Viaggia molto per lavoro e, quando il padre si ammala, riprende ad affilare i coltelli in macelleria. Ma la tradizione non gli basta: vuole infatti dare un volto nuovo a una categoria considerata molto spartana e che sente sottovalutata a livello culinario.

Nel ’99 viene chiamato dall’Università dei Sapori di Perugia dove inizia ad insegnare giovanissimo Scienze delle carni. Intanto, da piccolo negozio, la sua macelleria cresce ed evolve in gastronomia e sala di letteratura richiamando numerosi clienti, anche dal mondo dello spettacolo. Riesce così ad attirare sempre più attenzione sulla sua impresa, finché nel 2000 riceve inaspettatamente una telefonata da Gioacchino Bonsignore -il maître per eccellenza di Canale 5- che gli propone di registrare una puntata per Gusto. La sua collaborazione decolla con successo immediato e continua ancora oggi.
Recentemente ha intrapreso una nuova sfida: a Marrakech aprirà un’accademia di cucina italo-marocchina nell’intento di far scoprire gli angoli più sperduti della gastronomia locale, in modo da lanciare insieme ai suoi soci un nuovo tipo di turismo culinario.

Passione è l’ingrediente fondamentale che contraddistingue tutte le sue imprese e questo libro ne è un ottimo esempio.
Bekér nasce come resoconto della sua esperienza personale e allo stesso tempo come piccolo manuale della carne che raccoglie ricette eleganti ma alla porta di tutti, che lui stesso presenta nel DVD allegato attraverso brevi video lezioni tratte da quelle più famose e apprezzate fra le sue puntate.

L’elogio al buon cibo italiano, anche per un grande viaggiatore come lui, è d’obbligo, ma le domande dei ragazzi danno spunto per parlare di quello che, a suo parere, é  il pericolo della cucina moderna: l’omologazione dei sapori, causata dalla grande distribuzione. Ciò sta infatti provocando “una standardizzazione della materia prima che non ci fa più distinguere i gusti e le consistenze più genuine ma ce le rende estranee”.
In difesa del buon cibo la soluzione sta ancora una volta nella sua filosofia: “Le cose più semplici sono le più belle“.

Alice Dominese

Chiocciola letteraria, storia di un non viaggiatore.

Pubblicato per BookBlog, 13 maggio 2014.

Nel Centro di protagonismo giovanile Cartiera di via Fossano é parcheggiata una bicicletta. Forse Stefano Bruccoleri l’ha utilizzata per arrivare fin qui. É stata la sua compagna di “non” viaggio per oltre 27.000 chilometri di strada percorsi da nomade per tutta Italia in cerca di un equilibrio interiore. Il “non” viaggio nasce dal buco nero delle sue perdite, quando lo sfratto, l’abbandono e la morte dei suoi cari lo hanno risucchiato tutto di un colpo ma rilanciato inaspettatamente alla riscoperta di sé. Un giorno ha deciso di montare in sella e lasciarsi tutto alle spalle senza darsi una meta: il “non viaggio” comincia. Stefano sceglie di iniziare a scrivere per fare ordine e andare alla scoperta della sua identità. Con un fazzolettone al collo -simbolo del suo essere stato scout- ci racconta di quando piantava tende, viveva in case occupate e scopriva nuove realtà di vita fino a diventare uno “scrittore per necessità”. Dopo aver sconfitto “il drago dell’alcool” e aggiustato bici in una ciclo-officina bolognese, ora sente di aver trovato la “serenità”, non tra le mura di una casa, ma in una rete di relazioni coltivate in un parco. La sua educatrice Francesca legge al pubblico alcuni estratti dei suoi precedenti diari, da uno di questi in particolare emerge il suo bisogno di ricostruirsi attraverso il contatto umano: é alla fermata di quei pullman che non passano mai che trascorre molte delle sue giornate da “barbone in affitto” e che trova il suo cinema preferito. Scorrono davanti ai suoi occhi colpi di fulmine e incontri che, da vaghi approcci, si rivelano storie straordinarie. Ha scoperto quella che é per lui la sobrietà: “riuscire a cambiare mentre il mondo si ostina a rimanere se stesso”. Con il sostegno degli esperti e dei nuovi amici a cui si é affidato, si regalato “La chiocciola letteraria”: un chiosco che traina per le piazze vendendo i suoi libri, ma non solo, un rifugio di libertà in cui dedicarsi alla scrittura. “L’allevatore di farfalle” é nato proprio qui, dopo che la fatica e il disordine hanno ceduto il posto al bello. Tutto ciò che ha affrontato ci insegna che partecipare alla vita é rischioso e fragile come il volo di una farfalla, ma perché non tentare?

Alice Dominese

Le vent nous portera.

Pubblicato per Retrò Online, 15 settembre 2012.

Art. 10, comma 3 della Costituzione:
“Lo straniero,al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge.”
Sì, ma che succede dopo il suo arrivo? Cosa trova l’immigrato e cosa lo attende?

Incontro Michele nel quartiere Borgo Dora di Torino, crocevia di tante etnie diverse: ha appena lasciato l’ufficio della cooperativa O.r.so. per cui lavora come consulente nel rapporto con i rifugiati politici. E’ a lui che rivolgo le mie domande su una situazione calda, troppe volte solo discussa o persino ignorata e che pochi conoscono davvero, pur convivendoci ogni giorno: l’immigrazione.
Nel corso della sua esperienza nella cooperativa, Michele ha conosciuto e seguito soprattutto profughi provenienti dall’Africa: Somali, Sudanesi, Guineani, Tongani, quasi tutti sbarcati sullo stivale provati dal viaggio nel deserto, dalle torture, dalla prigione o dalle violenze subite nel loro paese, e infine, dal mare, l’abisso del Mediterraneo.

Il clamore dei giornali intorno agli sbarchi si dirada quando i clandestini mettono piede a terra e vengono trasferiti nei centri territoriali di prima accoglienza. Qui, dopo le cure d’emergenza, affrontano il colloquio che deciderà il loro stato civile, il primo tassello della loro nuova identità. Se la loro richiesta d’asilo politico viene accettata, l’Italia li riconosce come rifugiati, in caso contrario possono accedere alla protezione umanitaria o sussidiaria, perché ritenuti comunque minacciati da ciò che si sono lasciati alle spalle approdando nel paese ospitante. Gli S.P.R.A.R. sono i siti che si occupano di sostenere i rifugiati nel loro approccio con la nuova società, fornendo protezione, informazione sui loro diritti e doveri e opportunità lavorative e abitative.
A sostenere i nuovi profughi fin dal principio sono soprattutto le grandi comunità di immigrati costituitesi nel territorio: a Torino, una delle più nutrite è quella somala, dotata di un ottimo sistema di mutualità in grado di mobilitare i grandi clan a livello internazionale per fornire aiuto economico ai connazionali più in difficoltà, poiché la maggior parte di essi fa il loro ingresso in Italia senza più soldi e alcun bene di prima necessità.

Fra i servizi dell’accoglienza manca però l’integrazione con la nuova società: a questo pensa Michele e che come lui lavora nelle cooperative sociali dedicate alle politiche lavorative di consulenza e ricollocamento.
L’integrazione è una strada che non si percorre da soli e che presto si dirama e si amplia in molteplici direzioni. Il passepartout universale è la comunicazione del linguaggio: questo è il primo tipo di formazione fornita ai rifugiati per raggiungere l’autonomia lavorativa e sociale nei progetti detti di radicamento.

Radici, ecco ciò di cui hanno bisogno gli immigrati per sentirsi a casa e non solo ospiti, per apprezzare e rispettare i diritti e i doveri assunti con il rilascio dei documenti. Ciò rappresenta spesso uno stravolgimento nella concezione di un immigrato africano che può aver vissuto per anni in un regime fatto di guerriglia e soprusi con un sistema organizzativo inesistente perché soffocato dalla violenza.
È la mentalità che costituisce la principale difficoltà per l’adattamento al mondo lavorativo italiano -racconta Michele- perché qui esiste una burocrazia molto più consistente, i tempi sono gestiti in maniera differente rispetto all’abitudine del continente sotto il nostro. La specializzazione è un fattore fondamentale per il mercato del lavoro, che per questo motivo rende alcuni settori poco raggiungibili per gli immigrati, le cui qualifiche all’estero spesso non valgono nulla. E non c’è possibilità di farsi riconoscere i propri titoli di studio? Michele sospira, i processi sono lunghi e dispendiosi di tempo e di denaro ma, tramite l’intervento delle ambasciate e svariati controlli, conosce qualcuno che ce l’ha fatta, che non ha dovuto stracciare i suoi attestati e che è riuscito quanto meno a reinserirsi nel percorso di studi. Moltissimi però devono ripartire da zero.

La discriminazione di chi per ignoranza non assume -per ragioni ancora purtroppo definibili razziali- sembra essere diventata a sua volta uno stereotipo. Quando chiedo quanto conti il colore della pelle nel panorama lavorativo, Michele risponde che se c’è bisogno di assumere personale, l’etnia non conta davvero. Il piatto della bilancia ormai pende a favore di chi possiede una buona preparazione o una prestanza fisica adatta a mansioni in cui servono braccia forti. La crisi ha schiacciato il razzismo.

 

Informazione fa rima con democrazia.

Pubblicato per Neos Magazine, 4 dicembre 2015.

È venerdì 27 novembre, ad Ankara, dopo le ripetute minacce del presidente Erdogan, la polizia procede all’arresto di Car Dundar e Erdem Gul, rispettivamente direttore e capo della redazione del giornale di sinistra Cumhuriyet (in turco, repubblica), i quali l’estate scorsa avevano rivelato i rapporti collaborazionisti fra il governo attualmente in carica e i ribelli siriani. Nella loro inchiesta venivano denunciati i traffici di armi esportate dai confini turchi a rifornimento delle truppe islamiste, ma la connivenza fu negata dalla voce grossa del potere. La bufera mediatica del giugno 2014 ricompare in questi giorni di dinamiche bollenti nello scacchiere politico internazionale, fornendo peraltro un’ulteriore conferma sulla posizione che il governo turco sta giocando rispetto alle forze islamiste. Accusati di spionaggio, i due giornalisti rischiano 25 anni di prigione.

È lo stesso venerdì 27 novembre e l’aula magna del Campus Luigi Einaudi ospita Voci scomode, l’incontro organizzato dal Caffè dei giornalisti, associazione torinese sensibile ai temi dell’informazione, in collaborazione con Maison des journalistes, punto di riferimento internazionale per quanti di loro si trovano in esilio e che nella sua sede parigina offre alloggio e sostegno ai rifugiati politici dell’ordine.

L’università di Torino dedica dunque uno spazio di riflessione preziosa sulla libertà d’informazione a partire dalle testimonianze di Marie Angelique Ingabire e René Dassié. Entrambi giornalisti rifugiati, lei ruandese lui camerunense ed entrambi costretti alla fuga dai regimi dei loro Paesi d’origine. Ingabire viene esiliata per le sue esplicite posizioni anti-negazioniste rispetto al genocidio condotto dal governo militare ruandese nella guerra civile del ’94, che decide di non mettere da parte nonostante l’ultimatum politico che le viene rivolto. Dassié, invece, a seguito del suo mal tollerato lavoro di denuncia alla corruzione del governo, viene ingiustamente accusato di aver collaborato ad un tentativo di colpo di Stato e, dopo la prigionia e le violenze subite, si rifugia in Francia.

Le loro esperienze sono rappresentative della precaria condizione di vita che il giornalismo d’inchiesta – quello così definito di advocacy e watchdog, che si occupa cioè della difesa di tematiche specifiche o di un’analisi di controllo sull’attività politica – comporta. Proprio la Maison des journalistes, il porto sicuro per i professionisti del mestiere forzati all’esilio, oggi non sembra essere più tale: è la stessa direttrice dell’associazione, Darline Cothière, a dichiarare lo stato di angoscia diffuso fra quanti credevano di poter trovare rifugio a Parigi e che hanno dovuto invece fare i conti con una censura mobile e spietata, dice riferendosi ai fatti di Charlie Hebdo.

Osservando i dati raccolti da Reporters sans frontières, l’organizzazione che si occupa di valutare a livello mondiale la diffusione della libertà di stampa, risulta evidente che le garanzie di libertà di espressione riconosciute a livello formale nei Paesi interessati non rispecchiano il numero di casi in cui esse effettivamente si realizzano. È il caso del Ruanda ad esempio, dove appunto – racconta la giornalista Ingabire – esistono teoricamente associazioni e ordini preposti all’autoregolazione della stampa, ma che concretamente non intervengono in alcun modo a difesa di essa di fronte alle ingerenze e alle pressioni esercitate dal regime dittatoriale.

È evidente quindi che il problema della corretta informazione, tale per la qualità del servizio e per una sua adeguata fruizione, riguarda da vicino l’atteggiamento e l’ordinamento democratico di un Paese. A fronte dei casi emblematici riportati e dagli altri eventi dell’ultimo periodo, è bene ricordare quanto la libertà di espressione sia una bussola della democrazia scomodando giganti del calibro di Marx e Mill.

Il primo ci dimostra infatti, con il suo stesso lavoro di giornalista politico, che un popolo ben informato – senza faziosità ma attraverso la fondamentale dose di pluralismo – è consapevole di sé e dunque critico di e per il proprio Stato. È questa la premessa affinché la cittadinanza non sia facile preda della manipolazione mediatica – quando essa vorrà insidiarla – ed è la stessa che la renderà in grado di dare alla luce una democrazia reale. Il secondo, però, ci fa intuire che il pluralismo è una lama a doppio taglio perché può generare omologazione e conformismo là dove si diffonde senza criterio. Ed è proprio per evitare che il popolo diventi massa che interviene la cultura dell’informazione. Anche secondo Mill, dunque, la consapevolezza è alla base dello Stato democratico: permettere la libertà di informazione – scevra cioè dalle logiche di potere ma conforme alla legge – significa far sì che l’individuo non ceda la sua personalità a formare il Leviatano di turno, ma significa far sì che impari a scegliere.

L’appello del Sindaco Nicolini che non deve passare inascoltato.

Pubblicato per Neos Magazine, 17 gennaio 2016.

Risale al 16 settembre scorso l’entrata in vigore del nuovo piano europeo per l’emergenza migranti in Italia. Di fronte ad un modello nazionale di policy migratoria inesistente e ad una tempesta mediatica sugli sbarchi e sulle morti nel Mediterraneo che andava assumendo ogni giorno proporzioni maggiori, il Viminale procedeva infatti, negli ultimi giorni estivi, ad uniformarsi alle direttive previste dall’Unione Europea per la gestione dei migranti.

Là dove i centri di accoglienza ed espulsione facevano – e continuano a fare – da sacche di deposito e smistamento, ecco allora comparire gli hotspot, sedi adibite all’identificazione dei migranti tramite la raccolta delle impronte digitali e delle foto segnaletiche costituite da esperti in ambito giuridico in grado di assisterli e informarli sul loro percorso di ricollocamento. Pensati come dei nuclei di registrazione da affiancare ai CIE, gli hotspot sono cogestiti dall’Ufficio di Polizia Europeo, dall’EASO – Agenzia Europea per il diritto d’asilo –, da Frontex – Agenzia Europea per la cooperazione internazionale –e da Eurojust – per la cooperazione internazionale giudiziaria – insieme con altri enti nazionali. Un filtro aggiunto ai già odisseici tempi di detenzione nei CIE volto, secondo la posizione ufficiale delle autorità, ad incrementare i controlli per la sicurezza contro il terrorismo e ad agevolare la procedura di riconoscimento.

Osserviamo però la vicenda più da vicino.
A Lampedusa, con l’attivazione di uno dei primi hotspot aperti in Italia, la situazione è peggiorata. A comunicarlo, tramite un appello al Ministro dell’Interno, è il Sindaco dell’isola, Giusi Nicolini, in data 7 gennaio che lo fa chiedendo un “urgente ripristino della natura giuridica del Centro di Primo Soccorso ed Accoglienza dell’isola di Lampedusa”.

Prima dell’insediamento degli hotspot e della nuova normativa europea, infatti, prosegue il Sindaco nel suo avviso alla cittadinanza, “il Ministero dell’Interno aveva garantito il trasferimento veloce delle persone salvate dal mare e condotte a Lampedusa, con un visibile miglioramento del sistema di soccorso e accoglienza, sia per i profughi, sia per la nostra comunità”. Ebbene sì, anche nei confronti della comunità, perché il disinteresse del Governo italiano riguardo ai flussi migratori è stato per anni tamponato dall’azione volontaria di numerose realtà locali e dal progressivo interessamento degli isolani, troppo spesso dimenticati dalla grancassa dell’informazione d’urto.

Quello che sembrava essere un’esondazione scomposta e incontrollata, dunque, senza muri e filo spinato, a Lampedusa aveva trovato un modo per essere incanalata, seppur in solitaria. Ma così non è più.

“Dal 5 dicembre sono state trattenute nel Centro di Accoglienza circa 230 persone di prevalente nazionalità eritrea, che potrebbero avere accesso alle quote europee di accoglienza. Queste persone, invece, non ricevono informazioni sul loro destino e, quindi, rifiutano di farsi identificare attraverso le impronte”, scrive Nicolini. Il nuovo piano europeo impone infatti il trattenimento ad oltranza di tutti coloro che non si prestano alle procedure di identificazione – spesso per paura di rimanere boccati in Italia e non poter proseguire verso la destinazione desiderata. Una condizione di impasse burocratica quindi che nel CIE di Lampedusa, dove tutto è bloccato e l’operazione Juncker viene denunciata come controproducente, diviene corporea, aggravata anche dalla presenza dei 135 minori non accompagnati che vi sono abbandonati da mesi.   

Se mettiamo in ordine le carte, però, ci rendiamo conto che, nonostante le perplessità nei confronti dell’hotspot fossero molte, fin dalla sua attivazione, da parte di quanti sono coinvolti nella gestione dei CIE e degli esperti nelle politiche di immigrazione in Italia, tale tipo di intervento è stato intrapreso comunque.

Perché? Ancora una volta un problema politico mosso dal disinteresse sembra aver incontrato una soluzione economica. L’Unione Europea, a condizione dell’inserimento degli hotspot nel Paese, si è infatti impegnata a garantire a proprie spese i rimpatri dei migranti, mentre le frontiere italiane – e di Lampedusa in particolare –, continuano ad assottigliarsi fino a formare un imbuto da cui è sempre metodicamente più difficile uscire.

Ancora una volta, un esperimento politico finito male si serve del capitale umano. Eppure, l’appello del Sindaco Nicolini dà al Governo il tempo e il modo di fare marcia indietro e di sanare il suo scollamento dai bisogni reali di Lampedusa, un’isola che è stata costretta finora, contro la sua natura e la sua volontà, a essere prigione e lapide del Mediterraneo. “Lampedusa non deve essere lasciata sola a gestire le contraddizioni e le criticità del sistema di hotspot, voluto dall’Europa proprio per raggiungere l’obiettivo di lasciare in Italia tutti coloro che vi sbarcano”, continua ad affermare Nicolini.

Risalire la china, dopo gli errori commessi, risulta in questo caso davvero possibile, procrastinare l’intervento – quando già molte vite da lungo tempo sono state messe in attesa –, in nome di un problema che macigno di Sisifo non è, deve invece cessare di essere un’alternativa alla soluzione.

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